
Un tango cantato a un teatro vuoto e una piazza bianca a mezzogiorno.
Scheda tecnica
Una donna sta a un microfono a nastro sul palco di un teatro dorato e canta un tango. La platea è vuota. Il film le dedica un’inquadratura tutta sua, prima di lei, così si capisce che non arriverà nessuno.
Contro quello: una piazza di paese, calce bianca e sole a picco. Un uomo in giacca, una donna in rosso, una donna in nero. Il film taglia fra il palco e la piazza e non dice mai quale delle due sia il ricordo. Non lo diciamo neanche noi.
Due guardaroba con due compiti. Sul palco, una sottoveste nera che deve reggere un’unica luce dura dall’alto e un obiettivo abbastanza vicino da contare le ciglia. In piazza, il rosso contro il nero contro la calce, in una luce che non perdona niente. Se gli abiti avessero fallito una delle due prove non ci sarebbe il film: non c’è altro a tenere in piedi l’inquadratura.
Come è fatto
Il teatro è un’unica luce dura dall’alto su verde e oro, tutto il resto che sprofonda nel buio. La piazza è sole di mezzogiorno sulla calce, nessuna schiarita, ombre nere. Non c’è niente a fare da ponte: nessuna dissolvenza, nessun movimento in raccordo. Lo stacco è l’unica porta fra le due.
Un film di scena di solito stacca sul pubblico. Qui le file di velluto rosso hanno un’inquadratura tutta loro e restano vuote per due minuti. Una volta stabilito che il pubblico non c’è, ogni primo piano sulla cantante significa un’altra cosa.
Occhi in macro, bagnati, sotto una luce di scena che non lascia un angolo morbido dove nascondersi. È l’inquadratura in cui un volto generato ha meno probabilità di reggere: per questo è quella su cui siamo rimasti di più.
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